«Non so nemmeno da dove cominciare»

È una delle frasi che sento più spesso all'inizio, ed è un ottimo inizio. Molte persone arrivano al primo colloquio con un groviglio di pensieri: non so se il mio problema è abbastanza serio, ho paura di dire cose sbagliate, e se poi mi metto a piangere?, forse dovrei farcela da solo.

Il primo colloquio non è un esame e non ha risposte giuste. È un incontro tra due persone che devono capire una cosa semplice: se e come possono lavorare insieme. Tu porti la tua situazione, così come riesci a raccontarla. Il compito di dare un ordine al racconto è anche dello psicologo.

«Il curioso paradosso è che quando accetto me stesso così come sono, allora posso cambiare.»

— Carl R. Rogers, On Becoming a Person, 1961

A cosa serve davvero il primo colloquio

Il primo incontro ha tre obiettivi. Capire cosa ti porta a chiedere aiuto adesso. Cominciare a definire cosa vorresti che cambiasse. E chiarire come si lavorerà: frequenza, modalità, riservatezza.

Su quest'ultimo punto ci sono regole precise. Il Codice deontologico degli psicologi italiani chiede che all'inizio del rapporto tu riceva informazioni chiare sulla prestazione, sulle sue finalità e modalità e sui limiti della riservatezza (art. 4), che nessun intervento inizi senza il tuo consenso libero e informato (art. 24) e che lo psicologo sia tenuto al segreto professionale (art. 11). Sono tutele per te: puoi chiedere chiarimenti su ciascuna.

C'è poi un aspetto meno visibile ma decisivo. Già dai primi incontri si comincia a costruire quella che lo psicologo Edward Bordin chiamava alleanza di lavoro: un accordo sugli obiettivi, un accordo sul modo di raggiungerli e un legame di fiducia. Le ricerche più ampie la indicano come uno dei fattori più legati ai risultati di un percorso (Flückiger e colleghi, 2018). Il primo colloquio serve anche a sentire se questo legame può nascere.

Come si svolge, di solito, un primo colloquio

Ogni professionista ha il suo stile, ma i passaggi tendono a essere questi, non sempre in quest'ordine.

Le fasi tipiche del primo colloquio — Dott. Francesco Maragliulo

Cosa dire (anche quando non sai cosa dire)

Se all'inizio ti senti bloccato, puoi semplicemente dirlo. Ecco alcune frasi con cui molte persone rompono il ghiaccio:

  • «Non so bene da dove partire, ma ultimamente mi succede che…»
  • «Mi sono deciso a scriverle quando…»
  • «Mi vergogno un po' a dirlo, ma…»
  • «Non so se è un problema abbastanza grande per uno psicologo.»
  • «Ho paura che parlarne peggiori le cose.»

Non esiste un problema «troppo piccolo». Ci si rivolge a uno psicologo per un'ansia che non lascia dormire come per una decisione che non si riesce a prendere, per una relazione che fa soffrire come per un cambiamento che disorienta. Anche dire che sei nervoso, che non sei sicuro di voler continuare o che hai già avuto un'esperienza negativa è materiale prezioso: aiuta a costruire un modo di lavorare che sia adatto a te.

Cosa puoi chiedere tu allo psicologo

Il primo colloquio è anche un momento in cui tu valuti il professionista. Fare domande è legittimo e utile:

  • Qual è la sua formazione? È iscritto all'Albo degli psicologi?
  • Con quale approccio lavora, e cosa significa in concreto?
  • Con quale frequenza ci vedremo? Come si decide quando concludere?
  • Come viene tutelata la riservatezza, anche online?
  • Cosa succede se a un certo punto non mi trovo bene?

Chiarire le aspettative fin dall'inizio non è un dettaglio. Una meta-analisi di Swift e Greenberg (2012) su oltre 80.000 persone ha rilevato che circa una su cinque interrompe un percorso psicologico prima del previsto; tra le strategie discusse per ridurre gli abbandoni c'è proprio preparare la persona a ciò che la aspetta e parlare apertamente di aspettative e preferenze. Anche le preferenze contano: tenerne conto si associa a meno interruzioni (Swift e colleghi, 2018).

Come prepararti in dieci minuti

1

Scrivi tre righe

Cosa ti succede, da quanto tempo, cosa ti ha spinto a cercare aiuto adesso. Non devi leggerle: servono a te per mettere ordine.

2

Pensa a un esempio concreto

Un momento recente in cui il problema si è fatto sentire. Gli esempi aiutano più delle definizioni generali.

3

Immagina il «dopo»

Se tra qualche mese le cose andassero meglio, cosa sarebbe diverso nella tua giornata? Anche una risposta vaga è un punto di partenza.

4

Dopo, ascolta come ti sei sentito

Al termine chiediti se ti sei sentito ascoltato e rispettato. La fiducia non è immediata, ma una prima impressione di sicurezza conta.

Come funziona il primo passo con me

Prima ancora del primo colloquio c'è una call conoscitiva di 20 minuti, gratuita e senza impegno. Mi racconti in breve cosa ti porta, ti spiego come lavoro e capiamo insieme se ha senso iniziare. Se decidiamo di proseguire, fissiamo il primo colloquio in videochiamata, su una piattaforma sicura con link. I colloqui non vengono registrati.

Se ti chiedi se l'online possa funzionare come un incontro in studio, ho raccolto cosa dice la ricerca in Lo psicologo online funziona?. Per i dettagli pratici trovi la guida al colloquio con lo psicologo online. Se emerge un bisogno diverso da quello per cui lavoro, lo valutiamo insieme e ti indico il professionista più adatto.

Domande sul primo colloquio

Quello che ti senti di dire: cosa ti succede, da quanto tempo, cosa ti ha spinto a chiedere aiuto adesso. Se non sai da dove partire puoi dirlo apertamente: è lo psicologo ad aiutarti a mettere ordine nel racconto.

No. Ci si rivolge a uno psicologo anche per ansia, stress, difficoltà nelle relazioni, decisioni difficili o momenti di cambiamento. Non serve aspettare di stare molto male.

Di solito cosa ti porta a chiedere aiuto, qualcosa della tua storia e della tua vita attuale e cosa vorresti che cambiasse. Si parla anche di come si lavorerà: frequenza, modalità e riservatezza.

Sì. Lo psicologo è tenuto al segreto professionale (art. 11 del Codice deontologico) e all'inizio del rapporto deve informarti anche sui limiti della riservatezza previsti dalla legge.

Puoi dirlo apertamente: a volte basta aggiustare il modo di lavorare. Se non scatta la fiducia, è legittimo cercare un altro professionista. La relazione è uno degli ingredienti più importanti di un percorso.

Riferimenti
bibliografici

  • Bordin, E. S. (1979). The generalizability of the psychoanalytic concept of the working alliance. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 16(3), 252–260. — Obiettivi, compiti e legame: la definizione classica di alleanza di lavoro.

  • Rogers, C. R. (1961). On Becoming a Person: A Therapist's View of Psychotherapy. Houghton Mifflin, Boston. — Ascolto, accettazione e cambiamento nella relazione d'aiuto.

  • Flückiger, C., Del Re, A. C., Wampold, B. E., & Horvath, A. O. (2018). The alliance in adult psychotherapy: A meta-analytic synthesis. Psychotherapy, 55(4), 316–340. — Il legame tra qualità della relazione e risultati.

  • Swift, J. K., & Greenberg, R. P. (2012). Premature discontinuation in adult psychotherapy: A meta-analysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 80(4), 547–559. — Circa una persona su cinque interrompe prima del previsto.

  • Swift, J. K., Callahan, J. L., Cooper, M., & Parkin, S. R. (2018). The impact of accommodating client preference in psychotherapy: A meta-analysis. Journal of Clinical Psychology, 74(11), 1924–1937. — Tenere conto delle preferenze della persona.

  • Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi (2023). Codice deontologico degli psicologi italiani, revisione in vigore dal 1° dicembre 2023, artt. 4, 11 e 24. — Informazioni sulla prestazione, segreto professionale, consenso informato.