«Non sono stanco. Sono svuotato.»

All'inizio sembra solo un periodo pieno. Poi il weekend non basta più a ricaricarsi, le ferie finiscono e la fatica è già lì il primo giorno di rientro. Le cose che prima ti appassionavano diventano pratiche da sbrigare. Ti scopri più cinico, più irritabile, e con la sensazione che qualunque cosa tu faccia non cambi niente.

In diciotto anni da manager in una multinazionale ho visto questa traiettoria in persone brillanti e motivate, spesso proprio le più coinvolte. Il burnout raramente colpisce chi non ci tiene: colpisce chi ha dato molto, a lungo, in un contesto che ha restituito poco. Per questo conviene capirlo bene, a partire da una definizione chiara.

«Il burnout è una sindrome concettualizzata come risultato di uno stress cronico sul luogo di lavoro che non è stato gestito con successo.»

— Organizzazione Mondiale della Sanità, ICD-11 (2019)

Cosa dice l'Organizzazione Mondiale della Sanità

Nel maggio 2019 l'OMS ha inserito il burnout nell'undicesima revisione della Classificazione internazionale delle malattie (ICD-11, in vigore dal 2022), con il codice QD85. Il dettaglio importante è dove l'ha inserito: non tra le malattie, ma tra i fattori che influenzano lo stato di salute. L'OMS lo dice in modo esplicito: il burnout non è classificato come una condizione medica, ma come un fenomeno occupazionale.

Due conseguenze pratiche. La prima: il burnout riguarda solo il contesto lavorativo. L'OMS precisa che il termine non va usato per descrivere esperienze in altri ambiti della vita. La seconda: la sua origine è in uno stress cronico non gestito con successo, quindi in un rapporto tra la persona e il suo lavoro, non in un difetto della persona.

I tre segnali del burnout, più uno

Secondo l'ICD-11 il burnout si riconosce da tre dimensioni che si presentano insieme. Alla terza ne aggiungo una quarta, che è la condizione per parlarne.

Le dimensioni del burnout (adattato da OMS, ICD-11, e Maslach & Leiter, 2016) — Dott. Francesco Maragliulo

Non è solo il carico di lavoro

Le tre dimensioni dell'OMS riprendono il modello costruito in decenni di ricerca da Christina Maslach e colleghi. Uno dei loro contributi più utili riguarda le cause: il burnout nasce da un disallineamento cronico tra la persona e il lavoro in sei aree.

  • Carico di lavoro: troppe richieste per troppo tempo, senza pause di recupero.
  • Controllo: poca autonomia sulle decisioni che riguardano il proprio lavoro.
  • Riconoscimento: impegno che non viene visto, economicamente o umanamente.
  • Comunità: relazioni di lavoro fredde, conflittuali o assenti.
  • Equità: la percezione che le regole non valgano per tutti allo stesso modo.
  • Valori: dover fare cose in cui non si crede, o che vanno contro ciò che si ritiene giusto.

Il modello Job Demands-Resources di Bakker e Demerouti aggiunge un tassello: il problema non sono le richieste in sé, ma il loro squilibrio con le risorse disponibili (autonomia, supporto, feedback, senso). Un lavoro impegnativo con buone risorse può essere stimolante; lo stesso lavoro senza risorse logora. Per questo il burnout si vede spesso nei ruoli di responsabilità, dove le richieste salgono e il supporto non sempre segue: ne parlo nella pagina dedicata a manager e professionisti.

Stress, burnout, depressione: che differenza c'è

Lo stress è una risposta a richieste elevate: ci si sente sotto pressione, accelerati, ma spesso con l'idea che «quando finisce questo progetto, respiro». Nel burnout quella speranza si spegne: più che troppa attivazione, c'è la sensazione di avere esaurito le riserve.

Il confine con la depressione è più delicato. Una rassegna di Bianchi, Schonfeld e Laurent (2015) ha mostrato che burnout e sintomi depressivi si sovrappongono in modo significativo, tanto che alcuni ricercatori discutono se siano davvero distinti. Una differenza utile nella pratica: nel burnout il malessere è legato al lavoro e tende ad allentarsi quando ci si allontana davvero; nella depressione l'umore basso e la perdita di interesse investono tutta la vita. Proprio per questa sovrapposizione è importante non fare da soli la propria diagnosi.

4 passi per iniziare a recuperare

1

Dai un nome a ciò che succede

Rileggi le tre dimensioni dell'OMS e chiediti quale pesa di più adesso: l'esaurimento, il distacco o la sensazione di non incidere. Ognuna chiede una risposta diversa.

2

Mappa richieste e risorse

Su un foglio, a sinistra ciò che il lavoro ti chiede, a destra ciò che ti sostiene. Spesso non si possono ridurre le richieste subito, ma si può recuperare una risorsa: un confine, un alleato, un feedback.

3

Proteggi il distacco, non solo il riposo

La ricerca di Sabine Sonnentag mostra che recupera di più chi riesce a staccare mentalmente dal lavoro, non solo chi smette di lavorare. Niente mail la sera è un inizio; smettere di rimuginare è il vero obiettivo.

4

Rinegozia una cosa alla volta

Il burnout spinge al tutto o niente: «o resisto o mollo tutto». Spesso il primo passo è più piccolo: un carico da rivedere, una riunione da togliere, una conversazione da fare con chi ti guida.

In Italia, tra l'altro, la valutazione dello stress lavoro-correlato è un obbligo per il datore di lavoro (art. 28 del D.Lgs. 81/2008). Non risolve il problema del singolo, ma ricorda una cosa importante: il burnout non è una questione privata da gestire in silenzio.

Perché parlarne con uno psicologo

Chi è in burnout di solito ha già provato a «tenere duro». Il problema è che la stessa dedizione che ti ha portato fin qui rende difficile fermarsi e guardare la situazione da fuori. Un colloquio serve a questo: capire cosa ti sta consumando, distinguere ciò che dipende da te da ciò che dipende dal contesto, e scegliere i primi passi realistici.

Lavoro con persone che vivono stress da lavoro e burnout partendo dalla mia esperienza in azienda: conosco riunioni, obiettivi, pressioni e dinamiche di team dall'interno. Se durante i primi incontri emerge un bisogno diverso, per esempio una valutazione medica, lo valutiamo insieme e ti indico il professionista più adatto.

Domande frequenti sul burnout

Per l'Organizzazione Mondiale della Sanità (ICD-11, codice QD85) il burnout è una sindrome che deriva da uno stress cronico sul luogo di lavoro non gestito con successo. Si riconosce da tre dimensioni: esaurimento, distanza mentale o cinismo verso il lavoro, ridotta efficacia professionale.

No. L'OMS lo classifica come fenomeno occupazionale, non come condizione medica. Questo non lo rende meno serio: i suoi effetti sulla salute e sulla vita possono essere importanti, e alcuni sintomi si sovrappongono a quelli della depressione.

Stanchezza che non passa con il riposo, crescente distacco o cinismo verso il lavoro, sensazione di non riuscire più a incidere. Spesso si aggiungono irritabilità, difficoltà a staccare la sera e calo della motivazione.

Lo stress è una risposta a richieste elevate, con la sensazione di essere sotto pressione. Il burnout è l'esito di uno stress cronico non gestito: più che accelerati ci si sente svuotati, distanti e poco efficaci.

Spesso sì, ma dipende dalla situazione. Lavorare sul recupero, sui confini e su alcuni aspetti del contesto può fare molta differenza. In altri casi emerge che serve un cambiamento più ampio: è una valutazione da fare con calma, non nel momento di massimo esaurimento.

Riferimenti
bibliografici

  • World Health Organization (2019). Burn-out an "occupational phenomenon": International Classification of Diseases. Comunicato del 28 maggio 2019; ICD-11, codice QD85. — La definizione ufficiale e la precisazione che non si tratta di una condizione medica.

  • Maslach, C., & Leiter, M. P. (2016). Understanding the burnout experience: Recent research and its implications for psychiatry. World Psychiatry, 15(2), 103–111. — Le tre dimensioni e le sei aree di disallineamento tra persona e lavoro.

  • Maslach, C., Schaufeli, W. B., & Leiter, M. P. (2001). Job burnout. Annual Review of Psychology, 52, 397–422. — La rassegna classica sulla ricerca sul burnout.

  • Bakker, A. B., & Demerouti, E. (2017). Job demands–resources theory: Taking stock and looking forward. Journal of Occupational Health Psychology, 22(3), 273–285. — Lo squilibrio tra richieste e risorse come motore del logoramento.

  • Bianchi, R., Schonfeld, I. S., & Laurent, E. (2015). Burnout–depression overlap: A review. Clinical Psychology Review, 36, 28–41. — Il confine, discusso, tra burnout e depressione.

  • Sonnentag, S., & Fritz, C. (2007). The Recovery Experience Questionnaire: Development and validation of a measure for assessing recuperation and unwinding from work. Journal of Occupational Health Psychology, 12(3), 204–221. — Il distacco psicologico come esperienza chiave di recupero.

  • Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81. Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, art. 28. — L'obbligo di valutare anche i rischi da stress lavoro-correlato.