«Va tutto bene. Allora perché mi sento così?»

Il trasferimento è andato come previsto. Il lavoro c'è, la casa anche, nelle foto che mandi a casa sembri sereno. Poi arriva una domenica piovosa, una febbre affrontata da solo, una battuta che nessuno capisce, una videochiamata con la famiglia riunita a tavola. E ti accorgi di una solitudine che non sapevi di poter provare.

Le feste la rendono più visibile: il Natale lontano, o il ritorno a casa in cui ti senti un po' ospite. Molti italiani all'estero lo vivono in silenzio, con un pensiero ricorrente: «l'ho scelto io, non ho il diritto di lamentarmi». Invece è un'esperienza studiata, comprensibile, e su cui si può lavorare.

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo.»

— Cesare Pavese, La luna e i falò, 1950

Non sei l'unico: un Paese che continua a partire

Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, gli italiani iscritti all'AIRE, l'anagrafe di chi risiede all'estero, sono oltre 6,4 milioni. Nel 2024 le partenze sono aumentate di oltre un terzo rispetto all'anno precedente, e più di un emigrato su tre ha tra i 25 e i 34 anni. Le mete principali sono Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia e Spagna.

Dietro questi numeri ci sono milioni di storie di adattamento: entusiasmo, fatica, nostalgia, crescita. La solitudine ne fa parte molto più spesso di quanto si racconti.

Perché adattarsi stanca più del previsto

Nel 1960 l'antropologo Kalervo Oberg coniò l'espressione shock culturale per descrivere l'ansia che nasce dal perdere tutti i segnali familiari con cui ci orientiamo: come si saluta, quando si scherza, cosa significa un silenzio. Spesso viene raccontato come una sequenza di fasi, dalla «luna di miele» alla crisi fino all'adattamento. La ricerca successiva (Ward, Bochner e Furnham, 2001) ha mostrato che il percorso è meno lineare: si può stare bene per mesi e poi crollare, o alternare periodi diversi.

Lo psicologo John W. Berry ha chiamato stress da acculturazione la fatica di vivere tra due culture. Nel suo modello conta come si combinano due domande: quanto mantengo della mia cultura d'origine? Quanto partecipo alla nuova? Chi riesce a fare entrambe le cose, la strategia che Berry chiama integrazione, tende in media ad adattarsi meglio di chi si chiude nella comunità di origine o, al contrario, prova a cancellare le proprie radici.

Le quattro solitudini di chi vive all'estero

Il sociologo Robert Weiss distingueva tra solitudine emotiva e sociale. Gli studi sulle persone che vivono lontano dal proprio Paese ne hanno aggiunta una terza, culturale. Chi torna in Italia, poi, ne conosce spesso una quarta.

Tipi di solitudine (adattato da Weiss, 1973, e Sawir et al., 2008) — Dott. Francesco Maragliulo

La solitudine non è solo uno stato d'animo

Le relazioni sociali sono uno dei fattori più potenti per la salute. Una meta-analisi di Holt-Lunstad, Smith e Layton (2010) su quasi 150 studi ha mostrato che le persone con legami sociali più solidi avevano una probabilità di sopravvivenza sensibilmente più alta nel periodo osservato. Sentirsi soli non è quindi un capriccio da sopportare in silenzio: è un segnale che merita attenzione.

C'è poi il tema della lingua. Molte persone bilingui riferiscono che le emozioni hanno una risonanza diversa nella lingua madre: le parole d'affetto, la rabbia, il dolore «arrivano» di più (Pavlenko, 2005). Per questo, anche chi parla benissimo la lingua del Paese in cui vive spesso sente il bisogno di parlare di sé in italiano.

5 cose che aiutano a sentirsi meno soli

1

Dai un nome alla tua solitudine

Emotiva, sociale, culturale o del ritorno? Ognuna chiede una risposta diversa: un legame più profondo, una rete più ampia, uno spazio per la tua cultura, un nuovo modo di stare con le tue radici.

2

Costruisci routine che ripetono volti

Lo stesso corso, la stessa palestra, lo stesso bar il sabato mattina. I legami nascono soprattutto dalla ripetizione: rivedere le stesse persone rende più facile il passo successivo.

3

Tieni insieme le due culture

Partecipa alla vita del posto e coltiva anche la tua italianità: un'associazione, un gruppo di connazionali, un piatto cucinato per i colleghi. È la strada che la ricerca associa a un adattamento migliore.

4

Dai ritmo ai legami a distanza

Una chiamata fissa, non solo quando c'è un'emergenza. Racconta anche le piccole cose: sono quelle che tengono vivo un legame.

5

Prepara le feste

Natale, compleanni, ricorrenze: decidi in anticipo come trascorrerle, con chi, e cosa ti farebbe bene. Lasciarle al caso le rende più dure.

Parlarne con uno psicologo, nella tua lingua

La solitudine all'estero spesso si intreccia con altro: un lavoro esigente, una relazione messa alla prova dalla distanza, il dubbio se restare o tornare. Avere uno spazio fisso in cui parlarne, in italiano e con qualcuno che conosce queste dinamiche, aiuta a rimettere ordine e a scegliere con più libertà.

Lavoro online anche con italiani che vivono fuori dall'Italia e trovo spazio anche in orari meno consueti, per chi ha un fuso diverso. Trovi come funziona nella pagina per gli italiani all'estero. Un trasferimento è anche un grande cambiamento: ne parlo nella pagina sui momenti di cambiamento.

Domande sulla solitudine all'estero

Sì, è un'esperienza molto comune, anche quando il trasferimento è stato scelto e va bene sul piano pratico. Perdere i riferimenti familiari, la rete di amici e la propria lingua quotidiana richiede un adattamento che può durare a lungo.

È l'ansia e il disorientamento che nascono quando si perdono i segnali familiari con cui ci si orienta nella vita sociale. Il termine è stato introdotto dall'antropologo Kalervo Oberg nel 1960. Non segue sempre fasi precise: può arrivare anche dopo mesi.

Aiuta capire quale tipo di solitudine si prova, costruire routine che permettano di rivedere le stesse persone, mantenere un legame con la cultura d'origine partecipando anche a quella locale e dare ritmo ai rapporti a distanza. Se la solitudine pesa a lungo, parlarne con un professionista è utile.

Sì. I colloqui online in videochiamata permettono di parlare con uno psicologo italiano ovunque ci si trovi. Io lavoro con persone in fusi orari diversi e trovo spazio anche in orari meno consueti.

Perché rendono visibile ciò che manca: la famiglia riunita, i rituali condivisi, la lingua. E il ritorno a casa può far sentire un po' estranei anche lì. Prepararle in anticipo aiuta a viverle meglio.

Riferimenti
bibliografici

  • Fondazione Migrantes (2025). Rapporto Italiani nel Mondo 2025. Fondazione Migrantes, Roma, presentato l'11 novembre 2025. — I dati sugli italiani iscritti all'AIRE e sulle partenze più recenti.

  • Oberg, K. (1960). Cultural shock: Adjustment to new cultural environments. Practical Anthropology, 7, 177–182. — L'articolo che ha introdotto il concetto di shock culturale.

  • Berry, J. W. (1997). Immigration, acculturation, and adaptation. Applied Psychology, 46(1), 5–34. — Le strategie di acculturazione e il vantaggio dell'integrazione.

  • Berry, J. W., Kim, U., Minde, T., & Mok, D. (1987). Comparative studies of acculturative stress. International Migration Review, 21(3), 491–511. — La definizione di stress da acculturazione.

  • Ward, C., Bochner, S., & Furnham, A. (2001). The Psychology of Culture Shock (2ª ed.). Routledge, Hove. — Perché l'adattamento non segue fasi lineari.

  • Weiss, R. S. (1973). Loneliness: The Experience of Emotional and Social Isolation. MIT Press, Cambridge (MA). — La distinzione tra solitudine emotiva e sociale.

  • Sawir, E., Marginson, S., Deumert, A., Nyland, C., & Ramia, G. (2008). Loneliness and international students: An Australian study. Journal of Studies in International Education, 12(2), 148–180. — La solitudine culturale di chi vive lontano dal proprio Paese.

  • Holt-Lunstad, J., Smith, T. B., & Layton, J. B. (2010). Social relationships and mortality risk: A meta-analytic review. PLoS Medicine, 7(7), e1000316. — Il peso delle relazioni sociali sulla salute.

  • Pavlenko, A. (2005). Emotions and Multilingualism. Cambridge University Press, Cambridge. — Emozioni, lingua madre e seconde lingue.